lunedì 29 giugno 2015

SOLIDARIETA' - Analisi degli aspetti religiosi e laici.

 
La mia non è una relazione: è una serie di testi su cui poi voi reagirete, una serie di testi di diverse culture: della cultura greca antica, del mondo cinese, indiano induista soprattutto, biblico, islamico, un accenno anche alla cultura dei Wolof del Senegal.

Questi testi sono presi da un libro intitolato "Per un percorso etico tra culture-testi antichi di traduzione scritta"1. L'analisi di questi viene fatta a Scienze Politiche, in un corso di filosofia morale che ho inventato dove facciamo quello che faremo qui, cioè dare un'idea dei diversi contesti culturali in cui si va ad operare.

Oggi non si può pensare che la cultura ebraico-cristiana a sfondo ellenistico sia l'unica cultura. Bisogna fare uno sforzo per capire come funzionano le altre culture e le altre etiche, in particolare quali sono i concetti fondamentali, in modo che una qualche sorta di confronto sia possibile. Anche se, dal momento stesso che si lavora su delle traduzioni queste risultano comunque filtrate dalla nostra cultura, ma è da queste che bisogna iniziare, per uscire dalla strettoia del nostro monoculturalismo.

PLATONE

Il primo spunto riguarda una cultura che non è più viva, ma che rimane la base della nostra cultura. Il primo testo è un passo dello scritto più famoso di Platone: Repubblica, dove si descrive una situazione in cui noi crediamo di vedere e in realtà non vediamo. La famosa similitudine della caverna dove l'uomo è costretto a vedere le ombre proiettate sulla parete, ma, al tempo stesso, dice Platone, esso ha le potenzialità per poter vedere la luce: l'uomo deve essere aiutato ad uscire fuori da questa caverna, per conoscere la luce Vera e camminare verso essa.
"E poi? Ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza di laggiù (dentro la caverna) e di coloro con i quali giaceva legato, non si riterrà felice del cambiamento e non avrà pietà di loro?" 2
Costui "avrà pietà di loro" e scenderà nella caverna per cercare di aiutare gli altri a vedere la luce, e forse verrà ucciso, perché chi è rimasto laggiù pensa che quella sia l'unica realtà.

Mi interessano queste parole "sentirà pietà di loro", cioè l'impulso a ridiscendere nella caverna per aiutare coloro che sono nell'oscurità. Un discorso politico che a Platone interessa per affermare la necessità di formare i veri governanti, cioè coloro che saranno capaci di guidare nella politica la città Greca………

CONFUCIO
Un secondo spunto viene dai Dialoghi Confuciani. Ci spostiamo in un altro continente: Confucio (551- 479) si può paragonare a Platone perché anche lui aveva il problema di risollevare, di ricostruire una civiltà, una cultura. Vi erano delle lotte terribili tra i vari stati feudali nella Cina di quel tempo, lotte che consumavano e distruggevano il tessuto civile minando le fondamenta della già allora antica convivenza della comunità cinese.

Noi di Confucio sappiamo soprattutto attraverso i "Dialoghi Confuciani": ci hanno trasmesso i suoi detti compilati dai discepoli. Voi forse conoscete di più il Taoismo (Laozi), ma in realtà per capire il Taoismo bisogna conoscere lo sfondo Confuciano. Il taoismo che predica la naturalezza; il Tao come flusso naturale delle cose, come legge, in realtà è una polemica contro la cultura Confuciana uno stile di vita rigoroso, disciplinato che si è visto e odiato nel film "Lanterne rosse" dove ne vengono rappresentati gli aspetti violenti, ma che è anche una grande civiltà dovela dimensione della reciprocità è molto presente.

Vediamo questi detti di Confucio:
"Il Maestro disse: "Il gentiluomo estende il suo studio nella cultura ma si concentra nei riti. Così può non sconfinare".
Il protagonista è il gentiluomo che può essere molto aperto ma che si attiene invece ai riti, all'etica, all'etichetta.
Il Maestro disse: "Essere virtuosi con l'invariabile mezzo, è cosa eccellente. Da molto tempo è raro nel popolo:"
Zigong disse : "Se vi fosse un uomo che spandesse largamente benefici sul popolo e fosse capace di elevare le moltitudini, che ne dici : potrebbe essere considerato Benevolo?".
"Altro che benevolenza!- rispose il Maestro- sommamente sapiente, dovrebbe essere! Gli stessi Yao e Shun non arrivano a tanto. Il benevolo, volendo per sé la salvezza, rende saldi gli altri; desiderando per sé la riuscita, fa progredire gli altri. Essere capaci di valutare in base a ciò che è vicino, può dirsi il metodo della benevolenza".3
Leggiamo un altro passo:
Zigong disse: "Quel che non voglio che gli altri facciano a me, io non voglio farlo agli altri".

Confucio gli dice:
"Si, ancora non sei arrivato a questo."4
Qui troviamo l'enunciazione della regola d'oro che vuol dire "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a tè fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a tè".

Nel brano più lungo, Confucio nega di volere perseguire la sapienza (sheng, il grado maggiore di sapienza) che è una grande virtù, ma egli non pretende di preparare degli "uomini sapienti" (Sheng ren), come dice invece Laozi; vuole delle persone in grado di usare la benevolenza che vuol dire il senso dell'esistenza di un altro uomo.

In questo brano lui dice che vuole preparare dei benevoli, e cioè chi vuole per gli altri ciò che vuole per sé stesso. E' questo il senso della frase: "… Essere capaci di valutare in base a ciò che è vicino, …" valutare in base a ciò che è dentro di me, ai miei sentimenti, ai miei bisogni, a quello che io sentirei essenziale se io fossi in quelle condizioni. Questo è il metodo della benevolenza, la via della benevolenza: partire da sé stessi.

C'è da dire anche un'altra cosa il Confucianesimo non pensa a una solidarietà universale pensa a dei cerchi concentrici, quelli che sono appunto vicini, la famiglia soprattutto. La pietà figliale è molto importante, non c'è una pietà universale anche se esistono posizioni che vi si avvicinano. Il Confucianesimo è la base del tessuto culturale per tutto l'est Asiatico, la Corea, il Vietnam.


MENCIO
Mencio era un confuciano che seguì Confucio e lo difese contro quelli che sostenevano: "c'è solo l'egoismo", "ciascuno deve pensare a sé stesso". Contro quelle obiezioni egli disse:
"Tutti gli uomini hanno un animo sensibile all'altrui sofferenza"…..
"La ragione per cui affermo che tutti gli uomini hanno un animo sensibile all'altrui sofferenza è la seguente: supponi che vi siano delle persone che all'improvviso vedano un bimbo mentre sta per cadere in un pozzo. Ebbene, tutte proveranno in cuor loro un senso di apprensione e di sgomento, di partecipazione e di compassione. Questa reazione non dipende certo dall'esigenza di mantenere buoni rapporti con i genitori del bambino, né dal desiderio di essere elogiati da vicini e amici, e neppure perché disturbino le grida del bambino."5
E' un'emozione primaria, non essendoci una motivazione utilitaristica; non c'è l'obbedienza a un comandamento ad una norma etica. C'è un senso immediato di "apprensione e sgomento, di partecipazione e di compassione" rappresentati da quattro ideogrammi, quattro tratti che danno l'idea del cuore con le sue arterie.

Non è solamente questa emozione primaria a cui Mencio da quattro nomi, ma che in fondo si tratta di compassione6e se coltivata può essere la base di un etica completa, l'etica delle quattro virtù fondamentali confuciane.

"Da tutto questo si può arguire che non sono uomini quanti sono privi di un animo sensibile ai sentimenti della partecipazione e della compassione, della vergogna e dell'indignazione, della deferenza e dell'acquiescenza, e del senso di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto.
I sentimenti della partecipazione e della compassione sono il principio della benevolenza (cioè della prima e fondamentale virtù), i sentimenti della vergogna e dell'indignazione sono il principio della rettitudine (seconda virtù confuciana); i sentimenti della deferenza e dell'acquiescenza sono il principio delle tradizionali norme di comportamento (la ritualità, terza virtù ), il senso di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto è il germoglio della saggezza (quarta virtù confuciana)."
 

C'è un nucleo originario, primario, di carattere emotivo che se coltivato, autocoltivazione, porta a un'etica completa, partendo da un'emozione.

Questo è un argomento che serve a sconfiggere chi dice: "gli uomini sono egoisti", "sono naturalmente egoisti", "il fondamento di ogni comportamento è l'egoismo". Non è così perché chiunque, anche l'egoista, se vede un bambino cadere in un pozzo si precipita. Esplode una emozione che se coltivata porta ad un'etica completa; all'inizio dell'etica c'è una emozione buona, potremmo dire, un'emozione solidaristica. Il problema è coltivarla.

"L'uomo possiede questi quattro principi, così come possiede le quattro membra (cioè è un fatto organico, c'è una base fisica, biologica nell'etica). Possedere questi quattro germogli, ma sostenere di non essere in grado di farli crescere, equivale a mutilare se stessi; sostenere che il proprio sovrano non è in grado di farli crescere, equivale a mutilare il proprio sovrano.
Tutti quanti abbiamo i quattro principi in noi; se sapremo farli prosperare, essi si svilupperanno come un fuoco che inizia ad ardere o una sorgente che inizia a sgorgare. Se riusciremo a fare in modo che si sviluppino completamente, essi basteranno per proteggere chiunque all'interno dei quattro mari, ma se non dovessimo riuscire nell'impresa, non basteranno nemmeno per adempiere agli obblighi verso il padre e la madre. "7 E' bene ricordare che la pietà filiale che è un comandamento essenziale nella cultura confuciana.

LA BHAGAVADGÏTÄ
L'altro testo che ho scelto, appartiene alla cultura induista: la Bhagavadgïtä. Utilizzeremo anche un commento

La Bhagavadgïtä significa "il canto (gïtä) del Beato (Bhagavad)": il Beato è Krsna8 ed è il divino auriga9 che istruisce Arjuna, un guerriero che deve combattere, ma ha un dubbio tremendo di fronte all'idea di spargere del sangue. Krsna lo invita a combattere, a fare il suo lavoro di guerriero, ma questo è solo un'allegoria di un discorso che riguarda la morale, l'azione, che riguarda il come agire.

Arjuna sarà ammaestrato alla contemplazione e alla conoscenza della realtà profonda che è in ogni essere (brahman) e che coincide con un principio che c'è in ogni persona (l'ätman)10, scoprire l'identità tra l'ätman individuale l'ätman universale porta a una profonda pacificazione, porta ad essere un uomo di stabile pensiero un uomo disciplinato, di stabile mente, uno Yogin (lo Yoga in termini tecnici stava appena nascendo).

Questo atteggiamento di Jnana-Yoga o Yoga della conoscenza può generare un tipo di azione disciplinata, distaccata, rinunciante e contemplativa, per cui colui che agisce non volendo il proprio successo ma volendo l'adempimento del Dharma,11della legge, dello sva-dharma, agisce rimanendo immune da tutte le conseguenze disastrose che subirebbe chi agisce per amore di vittoria, di trionfo, di successo. L'azione rinunciante e quella contemplativa sono l'insegnamento del maestro che è Krsna.

Questi insegnamenti sono all'interno della Bhagavadgïtä, contenuta nel V libro del vasto poema epico intitolato Mhäbhärata la cui vicenda principale è lo "scontro esiziale"12 tra due fazioni di una stessa famiglia. C'è una scena, molto bella, in cui Arjuna (il guerriero per eccellenza) si ferma perché vede dalla parte nemica i suoi parenti, i Maestri, all'ora perché combattere? Da qui inizia il dialogo tra Arjuna e Krsna.
"In quella che per tutti gli esseri è notte, è sveglio l'uomo compiutamente domo. Quella in cui gli esseri sono svegli è notte per l'asceta che vede"13
Qui è l'uomo di stabile pensiero, lo Yogin che è sveglio mentre gli altri dormono, e che dorme mentre gli altri sono svegli.

Ora analizzeremo il commento che Gandhi fa a questo brano14. Nella prefazione Gandhi dice che la Bhagavadgïtä è per lui come il Vangelo e le strofe che abbiamo letto sono il centro, il nucleo attraverso cui reinterpretare questo testo. Sono i versi che descrivono l'uomo di stabile pensiero, l'uomo contemplativo fissato nella realtà profonda e quindi capace dell'agire rinunciante in maniera distaccata. In Gandhi c'è la convinzione che è possibile fare politica in totale distacco da quelle che potremmo chiamare le passioni, la brama di successo, la volontà di sconfiggere gli altri.

"In conclusione, Shri Krishna ci descrive con un solo verso le caratteristiche di uno sthitaprajna (di un uomo di stabile pensiero). E' sveglio quando è notte per gli altri esseri umani e quando gli altri esseri umani e tutte le creature sembrano essere svegli allora è notte per l'asceta che vede.

Questo dovrebbe essere l'ideale dell'Ashram Satyagraha (la comunità che ha la forza della verità). Preghiamo affinché ci sia luce quando tutt'intorno a noi regna l'oscurità. Se siamo coraggiosi, l'intero mondo sarà coraggioso; come nel nostro corpo, così nell'universo: questo è il sentimento che dovremmo provare.
 ("..come nel nostro corpo, così nell'universo") Dovremmo, perciò, essere pronti a prendere sulle nostre spalle il fardello del mondo, ma potremo sostenerne il peso se intendiamo dire con questo che affronteremo la tapasharya (l'ascesi) in aiuto al mondo intero.

Allora vedremo la luce quando gli altri non vedranno che tenebre. Lasciamo che gli altri pensino che il Movimento dell'arcolaio15 è cosa inutile, e che credano che non otterremo lo swaraj (l'autogoverno) facendo digiuni. Noi dovremmo dir loro che siamo sicuri di raggiungerlo: perché come dice la Gita, yavanartha udapane, cioè, se mediante digiuni e pratiche simili possiamo ottenere la posizione di un servo in livrea nel Regno di Dio, perché non possiamo assicurarci una tale posizione col nostro swaraj?

Il mondo ci dirà che i sensi non possono essere messi sotto controllo, noi risponderemo invece che essi, senza alcun dubbio, possono essere tenuti sotto controllo. Se la gente ci dirà che la verità sulla terra non serve, noi risponderemo, invece, che serve.

Il mondo e l'uomo che dimora nel samadhi16 (unità, identità con Dio) sono come l'Occidente e l'Oriente. La notte del mondo è il nostro giorno, e il giorno del mondo è la nostra notte. Non c'è punto di contrasto tra i due. Questo dovrebbe essere il nostro atteggiamento se capiamo bene la Gita.

Ciò non significa che siamo superiori agli altri; noi siamo uomini e donne umili, siamo solo delle gocce, mentre il mondo è l'oceano. Ma dovremmo nutrire la fede che, se riusciamo noi a passare all'altra sponda, anche il mondo passerà. Senza tale fede non possiamo sostenere che la notte del mondo è il nostro giorno. Se potremo raggiungere l'autorealizzazione mediante il digiunare e il filare, allora l'autorealizzazione implicherà necessariamente lo swaraj."

E' una lettura che insiste sull'autorealizzazione, sulla capacità di diventare delle persone di "stabile pensiero" concentrate sull'Atman, ma proprio perché c'è questa identità finale (tra Atman individuale e Atman universale) tutto ciò che noi facciamo lo facciamo per gli altri, lavorando su noi stessi lavoriamo con gli altri (o per gli altri) e allora si può anche dire: noi non passeremo sull'altra sponda finché non passino anche gli altri, oppure passeremo dall'altra sponda solo quando tutto il mondo passerà o, ancor meglio, se riusciamo noi a passare anche il mondo passerà, perché c'è una dimensione profonda, in cui tutto è uno, una dimensione che si raggiunge attraverso lo "stabile pensiero", attraverso lo Yoga della conoscenza.

A questo proposito c'è un brano molto interessante:
"Con l'animo raccolto grazie alla disciplina interiore
egli vede il proprio Sé dimorare in tutti gli esseri
e tutti gli esseri nel proprio Sé:
egli vede ovunque la stessa cosa."
Questo è il fondamento per cui se uno passa veramente sull'altra sponda, fa passare in qualche modo anche gli altri.
"Se uno vede me in ogni cosa
e ogni cosa in me,
per lui io non sono perduto
ed egli non è perduto per me
."
17
Nello Yoga esistono tre vie: la disciplina della conoscenza (Jnana-yoga), la disciplina dell'azione rinunciante in ottemperanza al proprio dharma (Karma-yoga) e la disciplina della devozione (Bhakti-yoga). In quest'ultima lettura si accenna agli aspetti della devozione verso la divinità (Krsna). Nella Bhagavadgïtä. c'è la dimensione filosofica ma anche religiosa: cioè, l'essenziale è sapere che c'è questa identità profonda fra gli esseri e agire con questa consapevolezza. A questo si può aggiungere la fede nella divinità (ad es. krsna) e allora Krsna diventa (brahman18), "l'Oggetto di devozione" quindi: "se uno vede me in ogni cosa".

Questo testo mi sembra molto interessante perché fonda l'idea di solidarietà nella maniera più profonda, cioè c'è una realtà profonda che è identica in tutti per cui quello che facciamo a noi lo facciamo anche agli altri e viceversa.

Volevo segnalarvi anche il commento che Gandhi fa:
"Colui che, riconoscendo se stesso simile agli altri, considera il piacere dei sensi e il dovere alla stessa stregua, tanto per sé come per gli altri, viene ritenuto lo yogi supremo, o Arjuna."
Gandhi commenta:
"Colui che agisce con gli altri come farebbe con se stesso andrà incontro alle loro necessità come fossero le proprie, farà agli altri ciò che vorrebbe fosse fatto a lui, imparerà a considerare se stesso e il mondo come un'unica cosa. E' un vero Yogi chi è felice quando gli altri sono felici e soffre quando gli altri soffrono."19

LE SCRITTURE CRISTIANE: "IL DISCORSO DELLA MONTAGNA"
Possiamo passare ora alle scritture cristiane, dove in un passo del "Discorso della montagna" dal Vangelo di Matteo possiamo ritrovare quel detto che ho richiamato più volte e che si chiama "LA REGOLA D'ORO". Una denominazione che non si trova nel nuovo testamento ma che è stata inventata nel 500-600 d. C. Essa dice:
" Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge dei profeti."
La regola d'oro non è una invenzione di Gesù, è in realtà una grande regola interculturale, con differenze che sono legate e giustificate dai diversi contesti.

Nel Vangelo di Matteo è il sermone della Montagna che comincia con: Beati i poveri di spirito…ecc. che si trova nel cap.5. Nel cap.6 si parla della preghiera in segreto.
Nel settimo c'è, assieme alla regola d'oro, una serie di detti, tutti separati e senza un collegamento; in questo senso assomigliano a quelli di Confucio.

I Vangeli non furono scritti all'epoca di Cristo e nemmeno subito dopo, sono il frutto di un lavoro abbastanza lento durato alcuni decenni, in cui, i discorsi sentiti furono messi per iscritto. Gli evangelisti, soprattutto i primi tre (Matteo, Marco, Luca), hanno fatto un lavoro "editoriale". Sono materiali orali messi per iscritto, ricomposti in modo molto diverso dai quattro evangelisti.

Il marchio ebraico-cristiano (della "regola d'oro") è "la legge e i profeti". Tutta la legge (Torah) e i profeti, (Isaia, Geremia, ecc.) si concentrano in questa regola. In Confucio la benevolenza parte da tè stesso, qui c'è un tipico atteggiamento biblico di tipo autoritario: "questa infatti è la legge dei profeti." ……
Domanda: "Vorrei capire il passaggio, il contesto storico sociale per cui si passa dalla "naturalezza" della solidarietà e della benevolenza e qui si passa alla legge dei profeti …."
Risposta: "La cultura ebraico-cristiana ha la sua forza e il suo limite enorme nell'essere fondata sulla autocrazia. E' così. E' molto avventuroso e difficile cercare di spiegare il fondamento culturale, economico, sociale e ideologico di una certa religione. Ci sono dei tentativi ma non mi hanno convinto molto".

TESTI ISLAMICI
"Narro Anas che il profeta - Iddio lo benedica e gli dia eterna salute - aveva detto:
"Non è credente nessuno di voi, finché non ama per suo fratello quel che ama per sé".

Anche qui, la regola d'oro si colora del contesto, nel cristianesimo c'è l'ascendenza della legge profetica, qui diviene una regola della comunità dei credenti. Il termine fratello è da intendersi come fratello di fede, in un altro detto:
"Un tale domandò al profeta - Iddio lo benedica e gli dia eterna salute - quale fosse il meglio dell'islam.
Rispose: dà da mangiare e dà il saluto a chi conosci e a chi non conosci."

All'interno della comunità islamica devi amare per tuo fratello ciò che ami per te.

UN' ETICA MONDIALE
"C'è un principio che si trova e ha persistito in molte religioni e tradizioni etiche dell'umanità per migliaia di anni: quello che non vuoi sia fatto a tè, non farlo agli altri. Oppure, in termini positivi: quello che vuoi sia fatto a te, fallo agli altri!
Questa dovrebbe essere la regola irrevocabile, incondizionata per tutti i campi della vita, per le famiglie e le comunità, per le razze, le nazioni e le religioni
."22

Esiste un documento del 1994 approvato dal Consiglio del Parlamento mondiale delle religioni e presentato all'Assemblea dei rappresentanti delle religioni riunita a Chicago tra il 28 agosto e il 4 settembre, e che dovrebbe essere la base della convivenza pacifica tra i popoli. Non è un testo religioso ma è basato su un ragionamento che i rappresentanti delle varie religioni fanno e affidano all'umanità. All'interno c'è una parte che si intitola "principi di un'etica mondiale" ed è la base di una nuova etica mondiale e vi è posta la "regola d'oro":

Da questo derivano l'impegno per una cultura non violenta e il rispetto della vita, l'impegno per una cultura della solidarietà e un giusto ordinamento economico.


LA FILOSOFIA MORALE DEI WOLOF
"Non c'è una finestra attraverso la quale Dio ti dia direttamente qualcosa"
" Lo farà piuttosto attraverso un'altra persona." (nota del testo)
"Colui che non nutre alcuna riconoscenza verso un altro uomo non può che essere un ingrato verso Dio."
"Colui che non è un invidioso e un ingrato, deve dire grazie a Dio e alla tal persona."
"L'uomo non ha altro rimedio che l'uomo."
"Chi possiede la gente non manca di nulla"
"Dio non ti dà mai allo stesso tempo il premio di un sacco di riso e la forza necessaria per trasportarla da te."
"Il pensiero che si nutre nei riguardi di qualcuno, è una camera dove ritroveremo noi stessi."
"Pensiero con cui si augura il bene o il male. Ci ricorda un famoso detto occidentale (ma non solo): "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te"; così come il male commesso si rivolta contro chi lo ha compiuto, ugualmente avviene per lo stesso principio di giustizia, con il male anche solo augurato al proprio prossimo." (dalle note al testo).
DIBATTITO RIEPILOGO PLATONE: avrà pietà di loro
COFUCIO: usa te stesso come criterio della benevolenza
MENCIO: il bambino nel pozzo
INDUISMO: chi veramente attraversa l'altra sponda porta con sé il mondo
BIBBIA: la regola d'oro nella formulazione positiva come sintesi della legge dei profeti
ISLAM: la regola d'oro con la limitazione dei fratelli nella fede
WOLOF: il pensiero che si nutre verso un altro, è una camera dove ti ritroverai
Una regola generale per non cercare di fare sintesi ma cercare di capire un pezzo di altre culture per capire meglio la nostra, non è una buona cosa pensare di fare una super cultura che contiene tutti questi pezzi.

Domanda: Cosa vuole dire coltivare i sentimenti di pietà, compassione, cosa vuol dire coltivare queste virtù?
Risposta: La benevolenza, la pietà è un fatto umano, si può aggiungere una dimensione di devozione, la legge, i profeti. La sensibilità all'altrui sofferenza è un sentimento umano che naturalmente può non essere coltivato per diversi fattori, in ogni caso la pietà, la compassione sono elementi che stanno alla base dei comportamenti umani spontanei, anche la regola d'oro. Il successivo passo, più difficile è come praticare la compassione e la regola d'oro; lo scout che fa attraversare la vecchietta che non voleva attraversare la strada oppure forme di beneficenza ceca. Io devo partire da me stesso dal mio desiderio ma sono proprio sicuro che questo è anche il desiderio dell'altro, posso supporre che l'integrità fisica è un bisogno elementare, però ci sono cose più raffinate in cui le cose diventano più complicate. Forse bisogna sempre mettere dei dubbi in questo volere per l'altro ciò che vuoi per stesso: non è detto che l'altro voglia recuperare il suo matrimonio forse sta' meglio così. Bisogna essere molto affinati, colti. La regola d'oro va benissimo; Kant assume la regola d'oro e la formula: agisci in modo che la norma che ti guida adesso possa essere la norma cui tutta l'umanità potrebbe attenersi, a garanzia che non sia un fatto egoistico ma bisogna stare attenti ci vuole intelligenza. La regola d'oro presuppone di appartenere tutti allo stesso tessuto, alla stessa realtà, come è espressa benissimo dai testi indiani; tutti siamo al di là del nostro sé individuale in questa realtà che è l' Atman. Tutti apparteniamo a questa realtà e quindi nella dimensione attiva tutti dobbiamo sentire l'altro come noi stessi, ma c'è lo stile, l'udito da sviluppare. Cosa può significare, in concreto, in quella cultura, con quella persona dire, non dire; fare non fare? Cosa e in che modo fare? Qui la teoria è molto importante. La teoria ha una dignità enorme altrimenti, se noi agiremo da incolti faremo ciò che ci viene in mente che sia la cosa giusta per noi ma non è detto che sia quella di cui c'è bisogno. Ad esempio la conscenza delle norme dietetiche, alimentari di un popolo è fondamentale.
D: A una persona con disabilità fisica che in un certo contesto culturale non viene permesso di accedere ai servizi, alla scuola ecc. Mentre secondo me è giusto che questa persona possa accedervi è corretto intervenire. Un altro esempio: un paese ricco può porsi il problema, come paese di aiutare un paese povero?
R: La prima parte della domanda si riconduce al fatto se sia giusto che io imponga agli altri quello che "è giusto", la libertà, la giustizia ecc. Si da per scontato che si debba abbattere la povertà, l'indigenza non considerando il contesto culturale, sociale in cui sono inserite. Così come dobbiamo supporre sia un valore interculturale, universale all'integrità fisica? Non stiamo forse importando un ottimismo occidentale che mira a sconfigge la malattia, la povertà, la miseria ecc.?
D: Io posso applicare la regola d'oro ascoltando un'altra cultura e cercando di capire i bisogni, infatti io vorrei essere ascoltata e che gli altri capissero i miei bisogni, partendo dal fatto che non ci sono valori universali.
R: Si certo; ascoltare i bisogni. Anche in questo caso ci sono dei rischi, uno potrebbe dire mi va benissimo che mio figlio non vada a scuola, mi va benissimo che rimanga malato, mi va benissimo che la donna rimanga asservita. Bisogna mediare il discorso del bisogno enunciato col bisogno reale che magari l'altro non sa enunciare, che non gli viene neanche in mente. Non si può solo ascoltare e dare ciò che viene richiesto, anche questo è un po' rischioso.
D: In alcune culture, dove esiste il concetto di Karma23 e quindi nella vita attuale ci si porta dietro cio che nelle vite precedenti si è prodotto, in negativo o in positivo. In quel contesto come si può applicare la regola d'oro, tenendo conto che in quelle culture le difficoltà della vita attuale sono delle opportunità per superare, per andare oltre alcuni aspetti negativi del tuo Karma, quindi di crescere?
R: ….In queste culture tu sei un mendicante perché hai fatto certe cose nelle vite precedenti, quindi è giusto che tu rimanga un mendicante, se uno muore per la strada, lascialo, è la giustizia che si compie….
…Ci sono degli eccessi che tendono a giustificare, per il fatto stesso che la regola d'oro è universale ogni forma di ingerenza, di egocentrismo. Questo però non deve sminuire la sua universalità. Ci sono altri eccessi, come il caso dei diritti umani dove c'è chi afferma che essendo il frutto dell'occidente in certi paesi non si applica, così il discorso dei bisogni: ci sono dei bisogni elementari che vanno riconosciuti prima ancora che la persona li enunci, può non sapere che può stare molto meglio….
D: C'è qualcosa che sta a monte della regola d'oro ed è quello di conoscere se stessi, la consapevolezza come alcune culture ci insegnano rendendoci più attenti, più svegli, più sensibili e quindi più capaci di comprendere i bisogni degli altri. La regola d'oro ci deve riportare un po' indietro.Nel concetto di amare il prossimo tuo come tè stesso, se prima non ami te stesso non puoi amare l'altro, così in questo caso se non ti conosci è molto difficile andare ad applicare la regola d'oro.

D.: "Io ho una difficoltà incredibile a spogliare, alcune parole, di un retaggio culturale che ho assunto. Queste parole sono la pietà e la compassione che io ho sempre vissuto in termini per me negativi, un senso di superiorità di chi ha pietà, compassione del povero del sofferente. Vorrei capire meglio il significato di questi due termini?"
R.: "In generale bisogna cercare di non essere succubi e rinunciare a parole importanti come la Pietà, un sentimento, una emozione di partecipazione al dolore altrui, sentire il suo dolore. Pietà si usa anche in fenomeni di devozione, pietà popolare, il modo in cui si prega i santi. Il termine compassione non ha questo aspetto devozionale, è simpatia cioè avere lo stesso "patos", la stessa passione, la stessa emozione. C'è un modo nobile di intendere questi termini, alto, ricco non dobbiamo assecondare troppo una connotazione negativa, ci vuole uno spessore culturale e umano che ci consente di usare questi termini. Compassione nella tradizione buddista è l'atteggiamento del Bodhisattva 24 del Buddha reincarnato che pur potendo entrare nel Nirvana 25 rinuncia per poter portare gli altri sull'altra sponda, in questo senso…la mia carne è la tua, non ci si può quindi permettere di andare soli sull'altra sponda, bisogna portare anche gli altri con sé. Questa potrebbe essere l'idea della compassione, siamo tutti qui….non possiamo liberarci da soli…..Se c'è questo sentimento dovrebbe sparire qull'aspetto di negatività, quel senso di superiorità di chi ha compassione, siamo tutti nella stessa barca…."
D.: "Io mi domando cosa è rimasto, che cosa c'è ancora oggi in questa società che è basata sul principio dell'efficienza, dell'invasione, dell'attivismo. Che cosa è rimasto nel modo attuale di fare solidarietà del concetto che si diceva di pietà e compassione?"
R.: "Io penso che il rimedio a questo sia il reagire a quell'attivismo privo di una riflessione profonda. La riflessione profonda è quella che ti fa ritrovare il senso della comune Umanità, dell'appartenenza all'Umanità (…questa identità profonda fra gli esseri e agire con questa consapevolezza….vedi quanto espresso nel paragrafo sulla Bhagavadgïtä). Se c'è questo senso di comune appartenenza, l'azione che ne deriva verrà spogliata di quegli atteggiamenti di superiorità, di porsi dall'alto in basso. Marco Aurelio scriveva a se stesso: "Oggi, devo ricevere delle persone stupide….però devo sopportare perché tutti apparteniamo allo stesso corpo….", conoscere te stesso come un piccolo mondo che appartiene a un grande mondo…Questo tipo di riflessioni sono un correttivo agli atteggiamenti arroganti. Si può partire da noi stessi; conosci te stesso conosci il mondo in quanto unità."
D.: "Ma senza questa regola d'oro la vita tra gli uomini sarebbe possibile?"
R.: "La regola d'oro è uno strumento un criterio di riconoscimento per attuare la giustizia. La giustizia vuol dire " a ciascuno il suo", ma come si fa? L'umanità, in diversi paesi senza comunicazione, è arrivata a concludere, per stabilire che cosa era " a ciascuno il suo", che bisognava partire dai propri bisogni di giustizia. La regola d'oro è uno strumento tradizionale di individuazione dell'applicazione della giustizia. Parti da te stesso, dai tuoi bisogni e cerchi in questo modo di interpretare i bisogni dell'altro; il bisogno fondamentale è la giustizia."
D.: "Volevo chiedere se poteva chiarire l'idea di un'azione rinunciante?"
R.: "Mi rifarei a ciò che Gandhi diceva ai suoi uditori sul fatto che lui era molto contento di parlare con loro e nel vedere che tutti ascoltavano con attenzione: se a un certo punto voi diceste che non ve ne importa nulla, non vi interessa, io dovrei saltare di gioia, nel senso che io non lo faccio perché voi mi applaudite, lo faccio perché sento che così devo fare. Lo faccio perché è giusto che io faccia così, ovviamente sono contento ma non lo faccio per quello non lo faccio con la prospettiva del vantaggio ma con la prospettiva della giustizia della conquista della libertà (?). Questo concetto la troviamo anche in un grande pensatore già citato che è Kant che dice che bisogna agire per la giustizia e non per il vantaggio per l'utilità "agire senza preoccuparsi dei frutti", il che non vuol dire senza preoccuparsi dello scopo, è chiaro che Gandhi vuole insegnare, vuole far comprendere ma l'udire l'applauso, il riconoscimento è secondario può essere una conseguenza, non può essere la motivazione. Così apputo (come dice Krsna ad Arjuna) occorre combattere senza pensare alla vittoria, al trionfo ma perché un guerriero purtroppo deve fare questo. In occidente; si potrebbe pensare che la lotta di Kant contro una morale utilitaristica significhi un po' questo. Ci sono due tipi di morale; una è quella del vantaggio, utilitaristica l'altra è quella del "che avvenga quel che deve avvenire" che si dice morale deontologica….Non bisogna essere troppo schematici nel giudicare, anche la morale utilitaristica può raggiungere livelli molto alti e raffinati come in Epicuro, non è il piacere grossolano è il piacere raffinato, il piacere intellettuale.
L'azione rinunciante è quella che si compie per svolgere il proprio compito non per il vantaggio o per il piacere che se ne ricava anche se, a mio parere, il piacere e la soddisfazione, pur non essendo i motivi dell'azione possono accompagnarla. Marco Aurelio dice: "Aggiungere una buona azione all'altra in modo che non ci sia nessuna fessura tra l'una e l'altra; questo io chiamo godersi la vita", è giusto che ci sia la felicità, la gioia dell'agire bene, dell'essere a posto, della correttezza però non può essere il motivo fondamentale"
R.: "……Il fatto di saper esplicitare i propri desideri, per me è molto importante, è poi questo che ti consente di scoprire e conoscere nell'altro il suo bisogno e anche il suo desiderio e comprendere la distanza fra i due. Il desiderio è qualcosa di molto più profonda, una tensione una rottura che si traduce in bisogno. Il bisogno di fumare non è la pienezza dell'esplicitazione del desiderio, che magari è qualcosa di più profondo. Riconoscere i propri desideri è primario alla stessa regola d'oro che può essere in termini fondamentali: "Aiutare gli altri, come hai aiutato te stesso a trovare quello che desiderano veramente" La conoscenza dei grandi uomini può aiutare in questo percorso….aiuta ad elevare la qualità dei tuoi bisogni, magari anche a rinunciare, ad affinare cioè a togliere eliminare quello che è superfluo……
…Il desiderio è qualcosa di buono; è la vita, l'eros, e per potersi espandere ha bisogno di intelligenza. Desiderio e intelligenza non sono opposti, bisogno realizzare il desiderio attraverso l'intelligenza."
D.: "L'azione rinunciante è in conflitto col desiderio"
R.: "Nella B. è detto uccidi il desiderio perché altrimenti combatterai assetato di sangue, però al di là di questa formulazione, io credo che non si invita ad uccidere il desiderio in sé ma quel desiderio che ti porta a combattere per sete di sangue. Si tratta di disciplinare il desiderio non distruggerlo. E' un lavoro su se stessi."
D.: " Il concetto di bramare è lo stesso del concetto di desiderio? Se io bramo qualcosa vuol dire che io voglio quella cosa a tutti i costi se io desidero qualcosa non è detto che io bramo per quella cosa."
R.: "Si! Infatti, la B. invita a distruggere non il desiderio ma la brama affinché il desiderio possa espandersi sempre più alto. La brama è intesa come "PASSIONE". Non è il desiderio che viene soppresso ma la "PASSIONE". Il "DESIDERIO INTELLIGENTE" è la forza per eccellenza.
D.: "Dove ritroviamo maggiori segni di un percorso etico corretto ad esempio nel campo della solidarietà?
R.: "I segni di una solidarietà illuminata deve da un lato operare per salvaguardare alcuni bisogni minimi elementari: diritti umani, integrità fisica dall'altro un tipo di ricerca antropologica che si sforza di trovare la via tra l'idea che siamo tutti uguali e quella che dice che siamo tutti diversi. Tutti quei tentativi di riflessione sull'uguale e diverso. Nella prassi operare sui bisogni e sulle carenze elementari: la cura del corpo, la cura dei diritti affiancata da una ricerca interculturale che analizza le diversità ma anche i punti di unità. Ricordandosi che coltivare se stessi è la vera grande apertura." 
I Wolof sono una popolazione che occupano il centro, la costa occidentale ed il nord-ovest del Senegal sono il gruppo etnico numericamente più importante. Di seguito riportiamo alcuni proverbi e motti popolari appartenenti alla loro tradizione orale:

Questa "Regola d'Oro" la ritroviamo anche nel Corano e nella Sunna 20. La Sunna è molto importante perché molte cose, non sono nel Corano sono nella Sunna che "integra la rivelazione coranica in molti punti minori e concreti". Ne fanno parte i detti del Profeta Mohammad 21:  che ne fa Gandhi nel suo äšram raccolto da qualche suo discepolo.


Note
1 A cura di: Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli "Per un per corso etico tra culture. Testi antichi di tradizione scritta." 1996 La Nuova Italia Scientifica, Roma
2 Idem, pag. 20
3 Idem, pag. 50
4 Idem, pag. 57
5 A cura di: Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli "Per un percorso etico tra culture. Testi antichi di tradizione scritta." 1996 La Nuova Italia Scientifica, Roma pag 55
6 "Compassione, sentimento di sofferta partecipazione ai mali altrui." Dal "Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana." Garzanti Editore 1994
7 Idem, pag. 56
8 Krsna o Krishna "Nella mitologia dell'induismo uno degli avatara, o incarnazione, del dio Vishnu, ma per molti devoti semplicemente il Dio supremo e salvatore universale…. I suoi due aspetti più importanti per la storia dell'induismo, però, sono quelli di protagonista della guerra descritta nel Mahabharata e di dio mandriano, amato dalle pastorelle. Da: " Enciclopedia® Microsoft® Encarta © 1993-1997 Microsoft Corporation."
9 Auriga …presso gli antichi, chi guidava il carro di guerra… Dal "Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana." Garzanti Editore 1994
10 Atman Nell'induismo indica il soffio, l'anima e il principio vitale. L'atman, o anima individuale, è ritenuta identica al brahman, l'anima universale. Nella filosofia induista atman designa anche la vera essenza di qualcosa, compreso l'universo. Secondo gli induisti, esiste veramente solo l'atman, sostanza immortale che trasmigra di corpo in corpo. Da: " Enciclopedia® Microsoft® Encarta © 1993-1997 Microsoft Corporation."
11 Dharma è un concetto fondamentale della cultura indiana. Racchiude in sé significati diversi: dharma è al tempo stesso il "mantenersi" dell'ordine del mondo, la legge morale (o le leggi morali), a volte la legge in senso giuridico, il dovere, e persino quella che noi chiamiamo "religione"…al plurale, sono le "leggi", le "norme" proprie della famiglia. Il termine sva-dharma, cioè "il proprio dharma", rimanda al "proprio posto nel mondo", normalmente inteso in senso castale. Da: A cura di: Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli "Per un per corso etico tra culture. Testi antichi di tradizione scritta." 1996 La Nuova Italia Scientifica, Roma - nota 5 pagg. 84
12 Scontro esiziale: scontro rovinoso, che reca danno gravissimo.
13 Idem, pag. 94
14 M.K. Gandhi Gandhi commenta la Bhagavad Gita ed. Mediterranee pagg. 77
15 Movimento dell'arcolaio: forma di boicottaggio nei confronti dell'Inghilterra che prevedeva l'autoproduzione con un telaio (arcolaio) dei vestiti.
16 Samadhi: è l'ottavo stadio che si ottiene con la pratica dello Yoga :"La pratica dello yoga si compone di un cammino in otto stadi verso la perfetta conoscenza. …..Ottavo: il raccoglimento assoluto (samadhi), è il perfetto assorbimento del pensiero nell'oggetto di conoscenza, la sua unione e identificazione con questo oggetto. L'ottenimento della samadhi libera l'individuo dalle illusioni dei sensi e dalle contraddizioni della ragione. Esso è pensiero che, giunto oltre se stesso, si realizza annullandosi e conduce a una sorta di illuminazione interiore, l'estasi prodotta dalla vera conoscenza della realtà." Da: " Enciclopedia® Microsoft® Encarta © 1993-1997 Microsoft Corporation."
17 Lo Yogin che ha raggiunto il perfetto raccoglimento nella contemplazione dell'unica Realtà, vede se stesso in tutti e tutti in se stesso……avendo conseguito la consapevolezza dell'identita fra Atman e Brahman, vede in Krsna ogni cosa e diventa una sola cosa con lui e con il tutto. Dalla nota n. 29 pagg. 160 della Bhagavad-gïtä. Il canto del glorioso Signore. a cura di S. Piano Edizioni S.Paolo, Torino 1994
18 Brahman Nell'induismo l'Assoluto e, contemporaneamente, la realtà onnipresente che pervade l'universo. Scopo dell'indù è raggiungere, tramite l'esperienza personale di una rivelazione diretta, una comprensione dell'essere essenziale del brahman. Il brahman eccede qualsiasi forma materiale, e consiste in conoscenza e beatitudine. Come essere eterno, infinito e cosciente è considerato il soggetto del pensiero, piuttosto che il suo oggetto. Così, come assoluto di tutte le cose conosciute, non può essere definito o circoscritto da alcunché, neppure dalla totalità delle cose. Da: " Enciclopedia® Microsoft® Encarta © 1993-1997 Microsoft Corporation."
19 M.K. Gandhi Gandhi commenta la Bhagavad Gita ed. Mediterranee pagg. 182
20 "Sunna", "….per l'Islam, la testimonianza dei precetti, delle azioni e della vita del profeta Maometto, che costituiscono la sua "Sunna", o esempio." "…delineano i rapporti tra gli individui e tra questi ultimi e Allah, comprendendo esempi della legge (Sharjah), dibattiti concernenti argomenti teologici, come i metodi di digiuno e preghiera, e codici di comportamento personale, sociale e persino commerciale." op.cit. Encarta
21 Da: A cura di: Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli "Per un percorso etico tra culture. Testi antichi di tradizione scritta." 1996 La Nuova Italia Scientifica, Roma pag. 165
22 da: Il Regno-documenti 7/94
23 Karma (Sanscrito, "azioni"), nella filosofia indiana la somma delle azioni individuali, buone o cattive, unite all'anima nella trasmigrazione: ogni nuova incarnazione (e ogni vicenda sperimentata dal corpo) è determinata dal karma precedente. La credenza nel karma, che si può rintracciare nelle Upanishad, è accolta da tutti gli indù, anche se con molte distinzioni. Alcuni aspirano a formare un buon karma per una buona rinascita, ma altri, considerando cattivo ogni karma, si sforzano di liberarsi dal processo di rinascita (samsara): alcuni ritengono che il karma determini tutto ciò che succede a ciascuno, mentre altri attribuiscono uno spazio maggiore a destino, intervento divino o agli sforzi umani. Una forma di karma (prarabdha) è determinata alla nascita e sviluppata durante la vita presente; un'altra (sanchita) rimane nascosta in questa vita; una terza (sachiyamana), formata nella vita presente, matura in quella successiva.24
25 Bodhisattva Termine sanscrito che significa "colui la cui essenza è l'illuminazione"; indicava in origine il Buddha storico, Gautama Siddhartha, durante le sue vite precedenti e la parte della sua vicenda biografica che precede la "Grande illuminazione". Nel buddhismo Mahayana il termine indica chi, benché pervenuto alla perfezione spirituale, sceglie di rinviare il premio finale, il nirvana, e di operare a favore della salvezza degli altri viventi, specialmente inviando loro un buon karma. op.cit. Encarta
26 Nirvana (Sanscrito, "che si spegne"), nella concezione religiosa indiana, una condizione trascendente priva di sofferenza e dell'esistenza fenomenica individuale, un finalismo religioso identificato spesso nel buddhismo. La parola deriva dal verbo che significa "raffreddarsi", o "spegnere", come nello smorzare una candela: il senso è che solo nel nirvana si spengono le fiamme della lussuria, dell'odio, dell'avidità e dell'ignoranza. Col raggiungimento del nirvana si interrompe il cerchio della trasmigrazione delle anime (Vedi samsara), altrimenti senza fine. Il suo carattere è stato ampiamente discusso dagli studiosi occidentali, poiché alcuni sostengono che comprende un annullamento totale e altri lo interpretano come beatitudine eterna. op.cit. Encarta

Prof. Pier Cesare Bori
docente di Filosofia Morale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna

Trascrizione della relazione e note al testo a cura di: Aris Pini, Carla Pagani.

Da: http://www.unimondo.org/fsf/page76.html
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacomparata/solidarieta.htm

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